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Editoriale
Renato Nicolini, rivoluzione è divertimento
Renato Nicolini è stato uno dei maggiori intellettuali e politici italiani degli ultimi trenta quarant'anni. Non è una esagerazione scrivere così: Renato Nicolini è stato, tra tutti, quello che in modo più robusto e concreto ha provato a scuotere il vecchio pachiderma marxista, bigotto e conservatore, e a spingere la sinistra a fare i conti con la modernità. Non so quanto fosse grande la sua produzione teorica, forse era piccola e fragile, ma le sue intuizioni, il suo coraggio, la sua capacità di fare politica concreta fuori dagli schemi, dalle ideologie, dai tic, dagli “obblighi”, dalla ragion di stato, e sfidando anche il partito, e provando a mettere vicino a Marx un po' di Guattari e un po di Deleuze - filosofi francesi, teorici dei desideri e contrari all'economia -  e un po' di Francis Ford Coppola e di Allen Ginsberg, e di Ferlinghetti - grandi artisti americani -  beh, diosanto, tutto questo vale molto più di cinquanta trattati politici.
E' stato un architetto importante e ancora in questi ultimi anni ha lavorato a Reggio Calabria, ha insegnato, ha provato a farsi venire delle idee. Ma certo la parte fondamentale della sua esistenza l'ha dedicata alla politica. Dai primi anni sessanta in avanti. Prima la politica universitaria, poi il Comune di Roma, l'invenzione monumentale dell'Estate Romana che sconvolse sia il modo di pensare dei giovani del Pci sia la vita delle città (non solo di Roma), infine la lotta politica, con quella candidatura a sindaco della capitale che fu l'ultima grande sfida all'establishment.
L'estate romana non è stata semplicemente un colpo di genio nel campo dello spettacolo e dell'intrattenimento. Nicolini, quando nel 1976 fu chiamato a fare l'assessore nella prima giunta comunale rossa (a guida comunista) nella città di Roma, decise di usare la "politica", cioè il grande potere che gli era stato assegnato, per provare a disegnare un nuovo modello nel rapporto tra individui-pubblico- godimento- desiderio e cultura. In due parole, provò a fare la rivoluzione, e , almeno un po', gli riuscì. Ruppe con la tradizione "bigotta" del comunismo -lui che era iscritto al Pci sin da bambino - e cercò di inventarsi una sinistra che non considerasse il "piacere" - cioè il famoso edonismo che dominò gli anni ottanta - come un nemico, come una cosa dei padroni, ma a pensarla invece come il senso della vita e anche della conquista politica. Cambià Roma, Renato, più di chiunque altro dalla presa di Porta Pia...
A Nicolini piaceva anche la battaglia politica diretta, dentro al partito.  Parlava di solito a braccio, oppure sbirciando pochissimi appunti. Mi ricordo la prima volta che l'ho visto, nel 1971, nel teatro della federazione romana del Pci, all'assemblea della sezione universitaria alla quale mi ero appena iscritto, e lui intervenne leggendo il suo discorso dal dorso si una scatoletta di cerini (anzi, del cassettino interno, verde, della scatoletta dei cerini, che chi ha meno di una cinquantina d'anni temo non si ricordi…) e pronunciandolo sempre con quel suo mezzo sorriso ironico, che non sapevi se ti stava prendendo in giro o si stava divertendo (in realtà faceva tutte e due le cose) e con la bocca storta da un lato, e la voce un po' nasale, e l'andamento retorico ondulante ma senza impennate, con molta ironia e pochissimo populismo. Mi ricordo che un mio compagno mi disse, sottovoce: «Questo è uno di destra, è un amendoliano!». Dicevano così, di lui, chissà perché, forse perché nel '66 non era stato ingraiano. "Amendoliano" voleva dire seguace di Giorgio Amendola, che era il capo, insieme a Giorgio Napolitano,  della parte più moderata del Pci (appunto, noi la chiamavamo "la destra"). Ma Renato tutto era meno che amendoliano, meno che stalinista, meno che migliorista, meno che burocrate! La federazione romana del Pci era un covo di burocrati. E voi non avete idea di quanto si imbufalì, la federazione, contro Renato, quando il potentissimo Petroselli – capo indiscusso dei comunisti di Roma – decise di puntare su di lui e mandarlo a fare l'assessore e poi di lasciargli tutto lo spazio che gli lasciò nell'ideazione dell'estate romana.
Credo tuttavia che il momento più importante e simbolico della sua vita politica fu quando nel '93 si candidò a sindaco di Roma, da sinistra, in contrapposizione col candidato ufficiale del Pci che era appena diventato Pds, e cioè Francesco Rutelli. Lì la sinistra si trovò davvero davanti al bivio. Era caduto il muro di Berlino, eravamo in piena Tangentopoli, bisognava rinnovare. In che direzione? Cambiare faccia ma tornare alla vecchia burocrazia, seria, attendibile e conservatrice fino alla morte, bigotta e nostalgica? beh, questa soluzione si chiamava Rutelli. Oppure innovare davvero, rompere col passato, rinunciare alle certezze, dare l'assalto al quartier generale, e navigare su una nave che facesse della libertà – e non della tradizione, della fedeltà, del perbenismo – il proprio motore? Beh, questa soluzione si chiamava Nicolini. Renato era la modernità, il rinnovamento della sinistra, Rutelli era la burocrazia onesta e tranquilla. Vinse Rutelli e iniziò il ventennio più cupo della sinistra italiana…
Piero Sansonetti
 


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